Arturo Graf.
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Un monte di Pilato in Italia.
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1889. Ermanno Loescher Editore, TORINO.
Libraio della Regia Accademia delle Scienze.
da: Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino, volume 24, anno 1889.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/.
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UN MONTE DI PILATO IN ITALIA.
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Fra le devote leggende pi diffuse e pi celebri nel medio evo, diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato. Germogliata nei primi secoli del cristianesimo, cresciuta smisuratamente dipoi, trapiantata d'uno in altro suolo, essa soggiacque a varia fortuna, ebbe molte e curiose vicende, si mut in tutto da quella ch'era stata in origine. I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante pi prove e testimonianze potevano in favore dell'insidiata e combattuta lor fede, giudicarono molto benignamente il giudice pusillanime; affermarono ch'egli aveva fatto quant'era in poter suo per istrappar Ges all'ingiusto supplizio; mostrarono una lettera da lui scritta all'imperatore, nella quale era ampiamente riconosciuta l'innocenza del Nazareno ed esecrata la malvagit de' nemici suoi; giunsero a dire persino ch'egli era morto martire della fede. Mutati i tempi, e assicurato il trionfo della Chiesa, mutarono anche i giudizii. La sospetta testimonianza, divenuta inutile ormai, fu lasciata volentieri in disparte, e sotto l'influsso di un altro pensiero, in virt di un postulato della coscienza che voleva colpiti da formidabile e condegno castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano avuto parte nella condanna e nella morte del Redentore, cominci un lavoro delle fantasie in tutto diverse da quel di prima, e la leggenda si trasform, e starei per dire si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo scelerato, degno d'andarne alla pari co' rei giudici del Tempio e con lo stesso Giuda. Si narra allora come l'imperatore lo chiamasse al suo cospetto per chiedergli conto della morte del Giusto; come rigorosamente il punisse; come il punito si togliesse da se stesso la vita, e il maledetto suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo, cagione sempre alla terra che l'accoglieva di turbamenti e di calamit. Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque, i primi suoi fatti, e tutta una storia s'immagina, la quale cel mostra malvagio sino dalla puerizia, e spiega il gran misfatto finale. La sua leggenda si lega ad altre leggende celebri, a quella della Veronica, a quella della vendetta del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vigore e notoriet nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun altro massimo scelerato, fra le mascelle formidabili di un Satanasso trifronte, nel pi profondo e tenebroso abisso d'Inferno.
Io ho ricordato brevemente le origini e le vicende della leggenda di Pilato, ma non  mio proposito di addentrarmi nello esame e nella discussione di essa. Tale lavoro fu gi fatto, se non in modo che possa dirsi compiuto, almeno in modo sufficiente, e qui non accade ripeterlo(1). Io intendo solamente far parola di alcune immaginazioni che si riferiscono alla presenza di Pilato in Italia, e che propriamente appartengono a quella parte della leggenda ove si narra della sorte toccata al corpo di lui. In tale argomento sono da notare alcune cose che non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non mancano di curiosit.
La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa, fanno nascere Pilato in Vienna di Francia, o in Lione, o in Magonza, o in Forchheim, o nei dintorni di Bamberga, o in Ispagna. La ragione di tale variet facilmente s'intende quando si pensi che, affermando patria di alcun celebre tristo la tale o tal citt, la tale o tale regione, si dava sfogo di consueto a passioni d'inimicizia e di gelosia, e durevole e concreta espressione a un intendimento ingiurioso. Ci che si fece per Pilato si fece, com'era naturale, anche per Giuda. In un luogo del Dittamondo Fazio degli Uberti dice:

Entrai nella Marca, com'io conto,
Io vidi Scarotto onde fu Giuda,
Secondo il dir d'alcun, da cui fu conto(2).

Giuda fu dunque fatto nascere, oltrech in molti altri luoghi, anche in Italia, e in pi luoghi d'Italia, similmente, fu fatto nascere Pilato. Durante il medio evo soleva mostrassi in Roma, tra l'altre cose mirabili, anche una torre, o casa o palazzo di Pilato(3).
La fine di Pilato , nelle varie versioni della leggenda, narrata assai diversamente. Egli mor sotto Tiberio, sotto Caligola, sotto Nerone, sotto Vespasiano e Tito: fu fatto decapitare; fu ucciso dallo stesso Nerone furente; fu scorticato; fu cucito, come si usava coi parricidi, in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimmia, e lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli con le proprie sue mai si uccise; fu, con la torre insieme, inghiottito dalla terra. La credenza che egli si fosse ucciso, suggerita forse dall'esempio di Giuda, e dal desiderio di far commettere al reo un'ultima colpa, a giudizio di cristiani gravissima,  molto antica e quasi cancell tutte le altre: ad essa si legano, e ad essa in certo qual modo derivano, i racconti in cui si dice delle vicende cui and soggetto dopo la morte il corpo maledetto, e dei danni ch'esso produsse. Secondo un racconto pi antico, Pilato si uccise nella citt di Vienna dov'era stato chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel Rodano. Secondo un racconto pi recente, e che ebbe poi molto maggior diffusione, Pilato si uccise in Roma, e il corpo suo fu da prima gettato nel Tevere, poi tolto di l, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che io reco qui in una forma meramente schematica, ma anche altri, sui quali non ho bisogno di soffermarmi, dan notizia dei turbamenti prodotti dal corpo sommerso del suicida e delle successive traslazioni che ne furono la conseguenza(4).
In un racconto latino intitolato Mors Pilati qui Jhesum condemnavit, pubblicato dal Tischendorf(5), si dice che Tiberio, fatto venire a Roma Pilato, ordin fosse chiuso in un carcere, poi radun il consiglio perch pronunziasse sentenza sopra di lui. Saputo d'essere stato condannato a morire di morte turpissima (ut morte turpissima damnaretur) Pilato con un coltello si uccise. "Cognita Caesar morte Pilati dixit: Vere mortuus est morte turpissima, cui manus propria non pepercit. Moli igitur ingenti alligatur et in Tiberim fluvium immergitur. Spiritus vero maligni et sordidi, corpori maligno et sordido congaudentes, omnes in aquis movebantur, et fulgura et tempestates, tonitrua et grandines in aere terribiliter gerebant, ita ut cuncti timore horribili tenerentur. Quapropter Romani ipsum a Tiberis fluvio extrahentes, derisionis causa ipsum in Viennam deportaverunt et Rhodani fluvio immerserunt: Vienna enim dicitur quasi via Gehennae, quia erat tunc locus maledictionis. Sed ibi nequam spiritus affuerunt, ibidem eadem operantes. Homines ergo illi tantam infestationem daemonum non sustinentes vas illud maledictionis a se removerunt et in quodam puteo montibus circumsepto immerserunt, ubi adhuc relatione quorumdam quaedam diabolicae machinationes ebullire dicuntur"
Il codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse questo racconto,  del secolo XIV; ma il racconto stesso risale per lo meno al XII, nel qual tempo si congiunse alla gi ricordata leggenda dei natali e dei primi fatti del proconsole romano, e divent parte di maggior racconto, che, sotto il titolo di Vita Pilati, ebbe pi redazioni diverse, e grandissima diffusione. Ci che nella Mors Pilati si narra del corpo di costui, sommerso prima nel Tevere, poi nel Rodano, e gettato da ultimo in un pozzo fra' monti, accenna evidentemente a pi leggende locali gi sorte, e al desiderio dell'autore del racconto di legarle possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L'autore, o, per dir meglio, il compilatore della Vita, precede alquanto pi oltre su questa via, e dice che dal Tevere il corpo pass nel Rodano; che tolto dal Rodano fu trasportato a Losanna; e che tolto finalmente anche da Losanna, sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un pozzo dell'Alpi. Questa  la versione che, insieme con molti altri, accetta anche Giacomo da Voragine (m. 1298) nella Legenda aurea(6). L'anonimo autore di un commento allo Speculum regum di Gotofredo da Viterbo dice, sebbene in modo erroneo, qualche cosa di pi, che accenna a nuove leggende locali; dice, cio, che il corpo di Pilato, estratto dal Rodano, fu gettato in una palude tra' monti, non lungi da Losanna, vicino a Lucerna: in montanis circa Losoniam (o Losaniam) prope Lucernam in quondam paludem proiecerunt(7). L'anonimo, il quale sembra fosse romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse, l'una che si riferiva a Losanna, l'altra che si riferiva a Lucerna, e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che sorge a ridosso di quella citt(8). Altre tradizioni del resto sembra non mancassero in Isvizzera. Un canonico di Zurigo, Corrado a Mure, dice nel suo Fabularium, finito di scrivere nel 1273, che dal Rodano il corpo di Pilato fu trasportato sul monte Septimer, poco lungi da Chiavenna(9). Forse quand'egli scriveva, la leggenda lucernese non era nata ancora: il primo a fare espresso ricordo di quello che ora si chiama il Pilato, e che prima fu detto il Fracmont, Frankmund ecc. (mons fractus), sembra sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lucerna nel 1457. S'intende facilmente come la Svizzera, in grazia della sua stessa configurazione fisica, dovesse essere paese assai favorevole alla moltiplicazione di cos fatte leggende(10).
Con la sommersione del corpo di Pilato nel Tevere, con la credenza che in Roma si vedesse ancora quella ch'era stata casa del giudice malvagio, sembra che l'Italia, o almeno una regione di essa, volesse richiamare pi risolutamente a s una leggenda illustre, la quale per pi altri rispetti le apparteneva. Una leggenda pi particolarmente italiana era sorta; ma questa doveva, come abbiam veduto, comporsi con altre leggende pi antiche, e se voleva tener dietro, come lo stesso suo spirito le dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello scelerato suicida, doveva uscire d'Italia. Doveva, dico, sino a tanto che non avesse trovato modo di supplire alle leggende straniere, e di liberarsi dallo straniero concorso. Ora, un tal modo, o prima o poi, l'aveva a trovar facilmente.
Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazione e della prigionia di Pilato non era al tutto certo. Si credeva pi generalmente fosse stato in Vienna; ma un racconto famoso, la Vindicta Salvatoris, lo poneva in Damasco(11), e un altro racconto, famoso ancor esso, e di origine sicuramente italiana, la Cura sanitatis Tiberii, lo poneva in una citt di Toscana, variamente detta nei manoscritti Ameria, Amerina, Cimerina, Timerina, Arimena(12). La citt di Toscana, qual ch'essa fosse, facendo dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l'avventura del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni legame con tradizioni straniere, in condizione di poter narrare a suo modo, e con intendimento italiano, le vicende del corpo di Pilato. In un racconto latino intitolato De Veronilla et de imagine Domini in sindone depicta, e che volentieri crederei composto in Italia, o derivato da alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu imprigionato in Roma; che quivi di sua mano si uccise; che il corpo di lui fu gettato nel mare, dove tutti i pesci morirono; che trattolo dal mare, i cittadini lo portarono in un luogo deserto che non nomina: in heremum tam longe duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sciverunt(13).
Non mancavano luoghi in Italia a cui la leggenda del corpo di Pilato poteva essere opportunamente legata. Tutte le tradizioni di cui ho fatto cenno sin qui parlano di danni recati da quel corpo, e parecchie dicono pi specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso. Una conseguenza si pu subito prevedere: i luoghi di fama paurosa, le solitudine de' monti che si credevano infestate dai demonii, i laghi portentosi di cui da tempo antichissimo si diceva non potervisi gettar dentro un sassolino senza che se ne levassero tempeste devastatrici, dovevano, naturalmente, attrarre a s la leggenda, dovevano, o almeno potevano, diventare monti e laghi di Pilato. In Italia monti e laghi cos fatti erano meno frequenti che altrove, ma non mancavano: l'Etna aveva le sue leggende, le aveva il Lago d'Averno presso Pozzuoli, e Giovanni Boccaccio parla del lago Scaffajolo negli Apennini, il quale suscitava procelle spaventose, come appena ci si gettasse dentro alcuna cosa(14). I monti e il lago di Norcia avevano un'antica riputazione diabolica e magica diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro della Sibilla, che di luogo a leggende molto simili a quelle sorte in Germania intorno al Monte di Venere(15); quivi ancora si raccolse la leggenda di Pilato.
Pietro Bersuire (m. 1362) racconta nel suo Reductorium morale(16) la seguente istoria: "Exemplum terribile esse circa Nursiam(17) Italiae civitatem audivi pro vero et pro centies experto narrari a quodam praelato summe inter alios fide digno. Dicebat enim inter monte isti civitati proximos esse lacum ab antiquis daemonibus consecratum et ab ipsis sensibiliter inhabitatum, ad quem nullus hodie praeter necromanticos potest accedere, quin a daemonibus rapiatur. Igitur circa terminos lacus facti sunt muri qui a custodibus servantur, ne necromantici pro libris suis consecrandis daemonibus illuc accedere permittantur. Est ergo istud ibi summe terribile, quia civitas illa omni anno unum hominem vivum pro tributo infra ambitum murorum iuxta lacum ad daemones mittit, qui statim visibiliter illum hominem lacerant et consumunt, quod (ut ajunt) nisi civitas faceret, patria tempestatibus deperiret. Civitas ergo annuatim aliquem sceleratum eligit, et pro tributo illuc daemonibus mittit. Istud autem quia alicubi non legi, nullatenus crederem, nisi a tanto episcopo firmiter asseri audivissem".
La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somiglianza con quella che del monte Cannaro in Catalogna racconta Gervasio da Tilbury nei suoi Otia Imperialia(18). In essa non  fatto cenno di Pilato, come non ne  fatto cenno nel Guerino Meschino, il quale fu composto poco dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava il suo Reductorium, e dove si parla a lungo dell'antro della Sibilla e della lieta vita che si menava nei regni sotterranei di lei(19); ci nondimeno, una, leggenda in cui figurava Pilato era indubbiamente gi nata, giacch se ne trova il ricordo nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, il quale visse sino circa il 1367. Nel gi citato luogo di questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della Marca:

La fama qui non vo' rimanga nuda
Del monte di Pilato, ov' uno lago
Che si guarda la state a muda a muda.
Perch, quale s'intende in Simon Mago
Per sagrar il suo libro l su monta,
Onde tempesta poi con grande smago,
Secondo che per quei di l si conta.

Il Capello nota a questo passo: "El monte de Pilato se dice ch' supra Norcia, e l  un luogo di diavoli, al qual vanno quei che si vogliano intendere de arte magica", e non aggiunge altro, e forse non sapeva altro. Pu darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa leggenda un po' tardi, giacch in un precedente luogo del poema si trova ricordo dell'altra, che poneva in Vienna la prigionia e la morte di Pilato, e le due difficilmente possono insieme accordarsi. Nel L. II, cap. 5, il poeta cos si esprime:

Qui ti vo' dir, perch ti sia diletto,
Pilato fue confinato a Vienna,
Dove s'uccise d'ira e di dispetto.

Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito. Pietro Bersuire e Fazio degli Uberti parlano di guardie poste al lago per impedire ai necromanti di accedervi, e il simile si racconta del Monte di Pilato presso Lucerna, su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di salire. Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in prigione, perch avevano tentata l'ascensione del Fracmont(20), e il gi citato commentatore dello Speculum regum dice, seguitando a parlare della palude in cui era stato gettato il corpo di Pilato: "Et certum est, quod quandocumque aliquis homo aliquid quantumcumque parvum mittit in paludem, tunc incontinenti fiunt tempestates, grandines, fulgura et tonitrua. Ideo sunt homines custodes constituti, qui tempore estatis custodiunt, ne aliquis advena ascendat." Anche vicino a Lione si poneva un Mont Pilate con un lago suscitatore di tempeste; ma non so se fosse vietato l'andarvi.
La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con le variazioni consuete e inevitabili. Un predicator di Foligno, fra Bernardino Bonavoglia, ebbe, sembra, a recitarla dal pulpito: egli nulla sa di muri e di custodi. "Dicitur autem quod iuxta Nursiam est quidam mons in quo est lacus qui dicitur Pilati, quia opinio est quasi multorum, illuc corpus eius fuisse a dyabolis per tauros in vehiculo deportatum. Ad hunc locum veniunt homines diabolici de propinquis et remotis partibus, et faciunt ibi aras cum tribus circulis, et ponentes se cum oblatione in tertio circulo, vocant demonem nomine quem volunt, legendo librum consecrandum a dyabulo. Qui veniens cum magno strepita et clamore dicit: Cur me queris? Respondet: Volo hunc librum consecrare, idest volo ut tenearis facere omnia que in ipso scripta sunt quoties te invocavero, et pro labore tuo dabo animam meam. Et sic firmato pacto accipit librum dyabolus, et designat in eo quosdam characteres, et deinceps legendo librum dyabolus promptus est ad omnia mala faciendum. Ecce qualiter captivantur illi miseri et dampnati homines. Semel accidit quod quidam. dum vellet modo predicto consecrare librum, stans in circulo ibi ordinato, vocavit quendam demonem, cui datum responsum ibi non adesse, sed ivisse ad civitatem Asculi, ut multos perire faciat gladio de exulibus simul et civibus qui tenent statum, hoc peracto revertitur statim et faciet quod postulas. Admiratus ille de tali responso, accepit iter versus Asculum, ut cognoscat tante rei veritatem, et pervenit ad locum fratrum minorum, ubi tunc manebat sanctissimus frater Savinus de Campello, quo cum pervenisset, exposuit per ordinem omnia gesta, et invenit quod nocte precedenti de exulibus xxx fuerunt suspensi in platea, et de interfectis gladio ex utraque parte strages magna fuit in civitate. Hoc quidem comperto, statuit firmiter superdictus vir... dimittere artem magicam et incantationum, considerans magnam esse artem in dyabulo ad animus capiendas atque perdendas. Hoc retulit supradictus sanctus vir frater Savinus cuidam fratri nostro officio predicatori(21)." 
Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da remoti paesi per attendere a lor pratiche di magia; sembra in fatti che la fama dell'antro della Sibilla e del monte e lago di Pilato che si ponevano presso Norcia, si diffondessero per la Germania e per la Francia, e ne richiamassero frequenti visitatori. Nel 1420 vi capit un noto cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che raccont poi le cose vedute(22), e nel 1497 ne imit l'esempio Arnaldo di Harff, patrizio di Colonia(23). Leandro Alberti, dopo aver parlato, nella sua Descrittione di tutta l'Italia, dell'antro della Sibilla, cos prosegue: "Poscia alquanto pi in su nell'Apennino, nel territorio Nursino, vi  il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addimandato Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti notare i diavoli, imper che continuamente si veggono salire et abbassare l'acque di quello in tal maniera che fanno meravigliare ciascuno che le guarda, parendogli cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal movimento. La onde in tal guisa essendo volgata la fama di detto Lago, et non meno dell'antidetta Caverna appresso gli huomini, non solamente d'Italia, ma altres fuori, cio che quivi soggiornano i Diavoli, et danno risposta a chi gli interroga, si mossero gi alquanto tempo (come scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese (per leggiermente) et vennero a questi luoghi per consagrare libri scelerati et malvagi al Diavolo, per poter ottenere alcuni suoi biasimevoli desiderii, cio di ricchezza, di honori, d'amorosi piaceri, et di simili cose... Vedendo i Norsini tanto concorso d'incantatori, che salivano sopra questi aspri et alti monti, acci non possano passare a detti luoghi, hanno serrata primieramente detta Caverna, et poi tengono buone guardie al Lago"(24). L'Alberti, che scriveva verso il mezzo del secolo XVI, di Pilato propriamente non fa menzione, ma cita i versi di Fazio che lo ricordano. Il Razzano da lui nominato  quel Pietro, che nacque in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, oratore e poeta, e mor vescovo di Lucera nel 1492, lasciando molte opere manoscritte. Egli aveva avuto occasione di parlare con alcuni tedeschi dai quali era stato inutilmente tentato l'esperimento della consacrazione(25).
Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo Merula, nella sua Cosmographia generalis: "In Piceno ad latus Montis Victoria, quo in Orientem spectat, lacus invenitur fama nobilitatus: Nursinum dicunt. In eo cacodaemones innatare vulgus imperitum dictitat: quoniam aquae perpetuis motibus salire, et vicissim subsidere cernuntur, equidem non sine ingenti illorum admiratione, qui caussam ignorant" Riferisce ancor egli, come l'Alberti, quanto aveva gi detto il Razzano; ma non fa parola di Pilato(26). Sembra del resto che queste leggende norcine cominciassero allora, o poco dopo, a perdere della loro celebrit, perch non se ne trova cenno in una poesia che in vituperio di Norcia scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio, andatovi per sua sciagura prefetto(27), e nemmeno nei due capitoli che a Pilato e a Norcia consacr il Marucelli, nel suo sterminato Mare magnum, che manoscritto si conserva in Firenze nella biblioteca da lui nominata(28).
Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non so, n vorrei affermare che qualche concorso di elementi e qualche suggestione non le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa ha perduto ormai ogni celebrit, e appena ne rimane qualche vestigio tra il popolo di quella provincia(29); e mentre il Monte di Pilato presso Lucerna  cognito a tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori, son ben pochi coloro che conoscano l'esistenza di un monte e di un lago di Pilato fra gli Apennini, nel cuore d'Italia.
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FINE.
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Note.
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(1) Vedi MONE, Die Sage von Pilatus, nell'Anzeiger fr Kunde der teutschen Vorzeit, 1835, coll. 421 sgg., e nell'annata 1838, coll. 526 sgg.; DU MRIL, Posies populaires latines du moyen-ge, Parigi, 1847, pp. 340 sgg.; MASSMANN, Der kaiser und der kunige buoch oder die sogenannte Kaiserchronik, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54, vol. III, pp. 573 sgg., 594 sgg.; CREIZENACH, Legenden und Sagen von Pilatus, nei Beitrge zur Geschichte der deutschen Sprache und Literatur, vol. I (1873), p. 89 sgg.; GRAF, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. I, pp. 345 sgg., 370 sgg. Per la bibliografia della leggenda vedi HERZOG, Theologische Realencyclopdie. Gotha, 1859, XI, 663.
(2) L. III, cap. l. GUGLIELMO CAPELLO, nell'inedito suo commento al poema (ms. della Nazionale di Torino N, l, 5, f. 94 v.) nota solo. Scharioto  una villa de Ascoli ove nacque Juda che fu discipulo di Christo e poi il trad. Di questo Scariotto fa pure ricordo il cronista e novelliere Giovanni Sercambi: vedi Novelle inedite di GIOVANNI SERCAMBI tratte dal codice trivulziano CXCIII per cura di Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. LVII e 218.
(3) Domus Pilati, palatium Pilati, anche casa di Crescenzio e casa di Cola di Rienzo. Era una torre presso Ponte Rotto. A Nus, in Val d'Aosta, un castello della seconda met del secolo XII si chiama Chteau de Pilate. "On appelle ces ruines le chteau de Pilate, et ce n'est pas sans une rpugnance manifeste que les habitants du pays prononcent le nom de ce Romain, dtestable complice de la mort de Notre-Seigneur". Cos in un suo libro intitolato La Valle d'Aoste, Parigi, 1860, pp. 163-4, EDOARDO AUBERT, il quale ricorda pure una tradizione, secondo cui Pilato, recandosi a Vienna, sarebbe passato per la Val d'Aosta, sostando in casa di un senatore romano suo amico. Debbo questa notizia alla cortesia del barone Bollati di St. Pierre.
(4) Io sorpasso a tutto ci molto rapidamente, e senza entrare in disamine e in discussioni che sarebbero, per s, opportune e necessarie, ma che non fanno ora al proposito mio. Vedi gli scritti circa la leggenda citati pi sopra.
(5) Evangelia apocrypha, Lipsia, 1853, pp. 432-5.
(6) Legenda aurea vulgo historia lombardica dicta, rec. Th. Graesse, Dresda e Lipsia, 1856, cap. LIII, p. 235.
(7) Ap. PERTZ, Monumenta Germaniae, Scriptores, t. XXII. p. 71.
(8) Un racconto tedesco dice che quei di Losanna gettarono il corpo di Pilato in una palude del monte Toritonio. DU MRIL Op. cit., p. 356, n. 7.
(9)  In un codice del secolo XII, conservato nella Biblioteca Regia di Monaco, in fine alla storia apocrifa di Pilato si legge: "puteus autem hic vicinus est monti qui vocatur septimus mons, vel quod montibus aliis circumseptus, vel septimus mons tanquam de septem montibus eminentioribus unus". Forse di qui ebbe Corrado a Mure la suggestione a porre la tomba di Pilato sul Septimerpass. Vedi HERSCHEL, Zur Pilatussage, Anzeiger f. Kunde d. deutschen Vorz., neue Folge, vol. XI (1864), col 364.
(10) In una storia della Passione, che in versi tedeschi compose Giovanni Rothe (1370-1434), si dice che il corpo di Pilato fu prima gettato nel Rodano, poi sepolto presso Losanna, poi gettato in uno stagno sulla cima di un alto monte, a due o tre miglia da Costanza, presso il Reno, nel territorio del duca d'Austria. Vedi lo scritto test citato del Herschel (coll. 366-9), il quale afferma, senza nessuna ragione, che il monte di cui qui si discorre  quello presso Lucerna, e che il Rothe accenn a Costanza solo perch non conosceva bene i luoghi. Certo la leggenda si leg a pi e diversi luoghi e monti. Il prof. Carlo Salvioni mi assicura che, secondo una leggenda del Canton Ticino, l'anima di Pilato sarebbe confinata in un laghetto suscitator di tempeste, nella Val Bavona, poco lungi da Locarno.
(11) Ap. TISCHENDORF, Op. Cit., p. 462.
(12) Roma nella memoria, ecc., vol. I, pp. 346, 381.
(13) MASSMANN, Op. cit., vol. III, pp. 605-6. In una delle redazioni della Vengeance de Vespasien, si dice che Pilato fu inghiottito in Roma da una voragine che gli si apr sotto ai piedi. Ms. L, II, 14 della Nazionale di Torino, f. 102 r.
(14) De montibus, sylvis, fontibus, etc. Dopo il Boccaccio il lago Scaffajolo fu ricordato da molti: v. DE STEFANI. I laghi dell'Apennino settentrionale. Bollettino del Club Alpino italiano, anno 1883. pp. 100-2. Per altri laghi simili vedi SIMONE MAJOLO. Dies caniculares, Roma, 1597, p. 580: ATANASIO KIRCHER. Mundus subterraneus, Amsterdam, 1678, l. V, cap. 6; GIAN GIACOMO SCHEUCHZER, Itinera per Helvetiae alpinas regiones, Lugduni Batavorum, 1723, pp. 92-3; ANTONIO MATANI. Delle produzioni naturali del territorio pistojese, Pistoja, 1762, p. 99: GRIMM, Deutsche Mythologie, 4a ediz., Berlino. 1875-78, vol. I, p. 496; LIEBRECHT, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, Hannover, 1856, pp. 146-9.
(15) Vedi REUMONT, II Monte di Venere in Italia, nei Saggi di storia e letteratura, Firenze, 1882, pp. 378-94.
(16) L. XIV, c. 30.
(17) Nella stampa, che io ho tra mani, si legge con manifesto errore Noricam. Non  improbabile che il Bersuire abbia scritto Norciam, in luogo di Nursiam, agevolando cos lo scambio.
(18) Decis. III. LXXVI nella citata edizione del Liebrecht, dov' pure da vedere la nota a pp. 137-40.
(19) Vedi tutto il libro V.
(20) RUNGE. Pilatus und St. Dominik. Zurigo. 1859, estratto dal vol. XII delle Mittheilungen der antiquarischen Gesellschaft in Zrich, p, 6.
(21) Debbo comunicazione di questo testo alla cortesia di Michele Faloci Pulignani, che lo trasse da un manoscritto del secolo XV, contenente prediche di fra Bernardino, e conservato sotto la segnatura AH, II, 10 nella Comunale di Foligno.
(22) KERVYN DE LETTENHOVE, La dernire Sibylle, nei Bulletins de l'Acadmie royale de Belgique, Lettres, anno 1862, pp. 64-74. citato dal REUMONT, che riporta in succinto il racconto, Op. cit., pp. 387-9.
(23) Die Pilgerfahrt des Ritters ARNOLD VON HARFF, herausgegeben von Dr. E. von Groote, Colonia, 1860, pp. 37-8. e REUMONT, Op. cit., pp. 390-2.
(24) Terzadecima Regione. Marca Anconitana. Cito dall'ed di Venezia, 1596, f. 273 r. e v.
(25) Intorno al Razzano (latinamente Ransanus) vedi QUETIF ed ECHARD, Scriptores ordinis praedicatorum. t. I, pp. 876-7. L'Alberti attinge sovente dalle opere storiche e geografiche di lui. BENVENUTO CELLINI racconta nella Vita, l. I, LXV. che un prete siciliano, negromante, con cui ebbe una strana e ridicola ventura nel Colosseo, gli disse che il luogo pi a proposito per la consacrazione dei libri magici era nelle montagne di Norcia. Benvenuto era deliberato d'andarvi e farne esperimento, prima avesse finite certe medaglie per il papa, intorno alle quali lavorava; ma poi segu caso che lo svolse da quel pensiero. Nemmen egli fa cenno di Pilato.
(26) Cosmographia generalis, Amsterdam, 1621, p. 579. Il Merula non  fra gli scrittori citati dal Reumont, che parlarono dell'antro della Sibilla presso Norcia, Reco qui le sue parole, quali si leggono a pag. 387, sebbene differiscano poco da quelle che l'Alberti scrive intorno lo stesso argomento. "Est et alius Sibyliae specus in Piceno, haud procul Castello D. Mariae Gallicanae, in Apennino, immanis sane et horribilis. De eo vulgi sermo est aut verius insulsa et putida fabula: hac ad Sibyllam patere aditum; quae regnum intus luculentum atque spaciosum possideat, magnificis aedibus et basilicis plenum, in quibus innumerae gentes versentur, oblectationibus veneriis inter choros puellarum lascivientium, et per ea iucundissima tecta et amoenissimos hortos diffluentes; id vero interdium tantum accidere, noctu enim viros mulieresque pariter atque una Sibyllam ipsam in terribiles mutari dracones, simulque cum teterrimis illis belluis primum opere venerio congredi iis necesse esse, qui intra admitti cupiunt; nec ante annum exactum quemquam contra voluntatem retineri, nisi quod unum omnino quotannis, ex numero, qui tunc recepti fuerunt, manere oporteat. Ad hanc porro auram inde reversis tantas Sibyllam praerogativas elargiri, ut felicissimo deinceps toto vitae cursu utantur ...".
(27) Scelta di poesie italiane non mai per l'addietro stampate de' pi nobili autori del nostro secolo, Venezia, 1686, pp. 67-72.
(28) Vol. IV. art. 5; vol. XCVII, art. 17. Non ne  cenno neanche nel raro e curioso libro di H. KORNMANN, De Monte Veneris, d. i. die wunderbare una eigentliche Beschreibung der alten heidnischen und neuen Scribenten Meynung von der Gttin Venus, ihrem Ursprunge, Verehrung und kniglichen Wohnung mit deren Gesellschaft, wie auch von der Wasser-, Erde-, Luft- und Feuer- Menschen, Francoforte, 1614.
(29) Il Witte nota a proposito dei famosi versi del IV del Purgatorio, ove Manfredi narra la sorte toccata al proprio corpo. "Oberhalb der Stelle, wo Tronto und Verde sich vereinigen, bei Arquata im Grnzegebirge gegen Norcia liegt ein belberchtigter See, bei dem der Volksglaube den Eingang zur Hlle zeigt". Dante Alighieri's Gttliche Kmodie, Berlino, 1865, p. 593. Da una lettera, con cui il prof. Vincenzo Ghinassi del R. Liceo di Spoleto gentilmente rispondeva ad alcune mie domande, rilevo che un picciolo stagno presso Norcia serba ancora il nome di Lago di Pilato, ma che tra il popolo s' perduto il ricordo della leggenda antica, e che a spiegar quel nome un'altra immaginazione si produsse, assai poco acconcia, a dir vero. "Quando accadde in Giudea" cos il prof. Ghinassi, "il grande avvenimento della crocifissione di Cristo, i montanari che passavano per quel luogo vedevano deserta la grotta della Sibilla, l'acqua del lago rosseggiante come per sangue, ed inoltre intorno al laghetto, da allora in poi, germogli una pianticella, le cui foglie hanno sembianza di due mani riunite per il dosso, laonde la fantasia del volgo vede raffigurate in esse le mani del Redentore, congiunte insieme e perforate dai chiodi, argomentando ci da un segno che si scorge nel mezzo di tali foglie. La fuga della Sibilla, il fenomeno delle acque del lago e della circostante vegetazione, avendo impressionato l'animo degli abitanti della montagna questi battezzarono il detto lago col nome di Pilato, che fece eseguire la sentenza di morte contro il Nazareno. Ecco quanto confusamente, ed in varii modi, si narra per le montagne di Norcia, ed a questo si aggiunge ancora che i vecchi montanari affermano di vedere qualche volta dei pesci di forme stranissime notare nelle acque del famoso laghetto". Questi pesci pajono essere una reminiscenza affievolita degli antichi demonii. Cos le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno scolorando, attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle pi recondite vallate, loro ultimo asilo.
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FINE.